A.S.D. Polisportiva Ciociara "Antonio Fava"

Franco Fava, Roccasecca e curiosità varie

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da http://www.storie.it/contenuti/tachicardia.htm

Veronica a centrocampo

Atletica: la tachicardia di Franco Fava

È come correre con una benda sugli occhi

Negli anni settanta, Fava è stato uno dei fondisti migliori della nostra atletica leggera. Ma le sue corse erano praticamente a handicap: soffrendo di tachicardia, durante le gare era spesso costretto a fermarsi per ritrovare la giusta frequenza cardiaca. La sua testimonianza.



di CHIARA TEDONE



La corsa, uno sport in cui non conta tanto arrivare, quanto arrivare primi, battere gli altri sul tempo, non fermarsi ma trattenere il fiato, dilatare i polmoni fino alla fine per ottenere il massimo risultato.

Franco Fava è un corridore ma le sue corse non si svolgevano normalmente, correndo dall’inizio alla fine, senza sosta. Fava soffriva di tachicardia e ciò lo costringeva ad effettuare delle pause durante le corse.

Fava nasce a Roccasecca in provincia di Frosinone il 3 settembre del 1952 e tra il 1972 e il 1979 ha ottenuto ben 29 presenze nella nazionale italiana, stabilendo numerosi primati italiani nei 3000, 5000 e 10.000 metri, nonché nella maratona.

La storia di Franco Fava è molto particolare, poiché egli ha conciliato due aspetti antitetici della vita di uno sportivo, come una sorta di zen della corsa, trovando l’equilibrio necessario non solo per arrivare alla fine della corsa, ma anche per vincerla, superando anche coloro che non si erano mai fermati, arrivando a fine carriera con una velata nostalgia per quelle sue soste.



La sosta e la corsa: come si sono conciliati questi due luoghi?

“In realtà non li ho mai conciliati, almeno all’inizio. Dal principio la subivo, senza accettarla. Il primo attacco di tachicardia l’ho avuto a 17 anni mentre correvo una corsa campestre a Ostia, quindi ero troppo giovane per riuscire a capire e accettare una cosa così in contrasto con le mie aspirazioni di corridore. Ho sentito improvvisamente la gambe e le braccia pesanti in modo anomalo e ho dovuto effettuare una breve sosta prima di ricominciare a correre“.



Ogni quanto tempo effettuavi la sosta? E quanto durava?

“In realtà, gli attacchi non si manifestavano ad ogni corsa ma solo nel 10% dei casi, cioè una corsa ogni dieci. Durava molto poco, circa 30-40 secondi e la cosa curiosa è che, quando ripartivo, mi sentivo molto meglio di prima, come se mi fossi fermato a riposare per qualche ora“.



Come ti giustificavi in senso organico?

“Il mio primo approccio alla sosta è stato sicuramente misterioso, oltreché di rifiuto e non accettazione. La mia tachicardia non dipendeva da qualche anomalia cardiaca, aveva un origine per così dire misteriosa, anche perché non dipendeva neanche dallo sforzo fisico. Infatti, poteva manifestarsi anche alla partenza, non solo durante la gara“.



Correre con l’ansia della sosta imminente: quali sono, se ci sono i sintomi di preavviso?

“È come andare in corto circuito, senza nessun preavviso. È come correre con una benda sugli occhi e, ad un certo punto, finire in uno strapiombo. Il cuore va in tilt, arrivando da 170 battiti al minuto fino a 300 e dovevo fermarmi, camminare per qualche secondo e poi ripartire“.



Quali stati d’animo provocava la sosta? Come la vivevi?

“Il primo approccio, come ho già detto, è stato misterioso. Non capivo perché dovevo fermarmi mentre io volevo correre. Poi, piano piano, ho cominciato a imparare a convivere con la sosta. Ho imparato a non dare mai tutto in una gara, a preferire la durata, la resistenza, alla velocità e agli scatti. Gli stati d’animo che si sono alternati in me sono stati tanti: dall’accettazione fatalista, alla gioia perché era comunque una giustificazione quando qualche corsa non andava bene, rabbia, desiderio di capirla. Ad un certo punto della mia carriera, la sosta è diventata un momento aggravante. La Federazione è intervenuta, fermando la mia attività, in un momento molto particolare per lo sport italiano. Era Domenica 17 novembre 1977 e, mentre io correvo una maratona in Nuova Zelanda, Renato Curi moriva sul campo di calcio per arresto cardiaco. Allora la Federazione decise di effettuare dei controlli medici per capire le origini della mia tachicardia. Ho corso così, nel 1978, una maratona Roma-Ostia con la ’holter’, una specie di macchina a cui ero ’collegato’ che misurava i miei battiti cardiaci, soprattutto al momento del famigerato attacco. E, mentre correvo quella maratona, ho sperato e desiderato che l’attacco arrivasse altrimenti avrei dovuto subire una sosta ben più lunga e dolorosa. Finalmente la tachicardia arrivò e i medici dalla Federazione stabilirono che non era pericolosa e che continuava ad avere un origine più che mai misteriosa“.



Come ha inciso la sosta nella sua carriera sportiva?

“Dopo i controlli della Federazione, ho continuato a correre, fermandomi. Ad un certo punto, però, la frequenza degli attacchi aumentò, arrivando ad incidere per il 20%. Sono così iniziati dubbi e scrupoli sulla necessità di continuare, di rischiare nelle gare, di spingersi oltre il necessario, di voler superare i propri limiti ad ogni costo. Così, nel 1981, a soli 29 anni, ho deciso di smettere l’attività“.



Come si svolgevano i tuoi allenamenti? C’era una preparazione alla sosta?

“A dire il vero no. C’era più che altro una tattica di gara. Non ho mai fatto una gara cosiddetta d’attacco, ma ho sempre puntato su gare di resistenza, cercando di allungare le gare e di diluirne il tempo, cosicché anche se ero costretto a fermarmi, avrei comunque potuto recuperare le posizioni perdute. Nel 1981, ad esempio, ho vinto la StraMilano effettuando una sosta“.



Quindi si può dire che questa vittoria vale doppio...

“Già, è vero, anche se io non ho mai fatto leva su questa mia caratteristica per avere più fama... Addirittura, un giorno, Del Monte, un medico dello sport, ha avuto il sospetto che la mia sosta fosse inventata, fosse un scusa per fermarmi durante le gare“.



Conosci altri atleti che erano costretti a fermarsi per problemi simili al tuo?

“Un giorno, stavo camminando su Via Michelangelo a Firenze, quando una macchina mi suonò e scese Bitossi, un ciclista molto famoso negli anni ‘70. Scoprii così che anche lui soffriva di attacchi di tachicardia e ricordo che facemmo una bella passeggiata parlando delle nostre soste, di come erano diverse - la sua durava molto più a lungo e sembrava affezionata a posti precisi tanto è vero che ogni volta che, durante una corsa in bici, passava per un punto in cui si era sentito male precedentemente, ecco che l’attacco di tachicardia riemergeva dal nulla..- e degli aspetti che le rendevano simili“.



Sosta fisica e sosta mentale: il corpo deve fermarsi ma la mente continua la sua gara verso il traguardo..

“Ecco, posso dire che per questo ho fatto un vero e proprio allenamento. Sai, non è facile riuscire a mantenere la concentrazione necessaria, riuscire a correre con la mente. Così, durante quei 30-40 secondi in cui camminavo a passo veloce, dovevo concentrarmi, estraniarmi dalle sensazioni di rabbia e scontento, respirare profondamente cercando di rilassarmi per ristabilire il normale battito cardiaco. Dovevo assolutamente prepararmi mentalmente, non guardare mai indietro, perché se un corridore guarda indietro in questi momenti ha finito la gara, si ritira... Con la mente continuavo a correre, a ripassarmi il percorso e, quando tutto era finito, ripartivo esattamente dal punto in cui mi ero fermato“.



Adesso che non corri più, come ti senti?

“Fortunatamente, la sosta alla fine è stata benevola e mi ha lasciato quando ho lasciato l’attività. Adesso ho ricominciato ad allenarmi un po’ e, a dire la verità, mi manca la sosta, oramai fa parte del mio modo di correre, di affrontare una gara...mi manca anche perché adesso mi farebbe comodo, sarebbe una scusa per fermarmi e riposarmi...“.

 


 

Quando correva Franco Fava

DA http://www.ciociari.com/Eco68/francofava.htm

 

 

 

Sono passati più di 25 anni, un quarto di secolo da quando Franco ha smesso di dare battaglia sulle piste di tartan e i campi da cross di tutto il mondo. Eppure il ricordo di quel ragazzo magro, ma dal cuore grande così, che dava filo da torcere ai migliori del mondo è ancora vivo nella nostra memoria. Dico “nostra” per intendere sicuramente la memoria di tutti i roccaseccani che inorgoglivano nel vedere Franco Fava primeggiare in Europa e nel Mondo, ma direi di tutti gli italiani che amano l’Atletica leggera e lo sport in generale.

Tutti hanno ancora negli occhi le sue gare sui 3.000 siepi alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, nella maratona e sui 10.000 metri alle successive Olimpiadi di Montreal. 

 

Era uno di noi, eppure lo vedevamo lì sullo schermo televisivo, ancora in bianco e nero e solo più tardi anche a colori, mentre si batteva con i giganti del mezzofondo e della maratona. In mezzo ad atleti stellari come i mitici keniani Keino e Jipcho, lo svedese Garderud, il polacco Malinowsky oppure sui diecimila correndo fianco a fianco con autentici fenomeni come il finlandese Lasse Viren , Bedford, Foster, Lopes, solo per citare qualcuno dei nomi che mi vengono in mente alla rinfusa.

Arrivò in semifinale nei tremila siepi a Monaco nel 1972, appena ventenne; quattro anni dopo a Montreal 1976 ancora semifinalista nei diecimila e poi l’acuto della maratona che nel frattempo stava diventando la sua gara preferita a causa della famosa tachicardia : ottavo posto assoluto.

Come dire una poltrona nel gotha dell’atletica di tutti i tempi.

Ottavo alle Olimpiadi, un ragazzo che era cresciuto allenandosi per il “tracciolino”, andata e ritorno per Casalvieri seguendo i passi del fratello maggiore Antonio che poi lo avrebbe seguito come medico sportivo. Poi il passaggio a Cassino sotto la scuola del professor Enzo Leone, tecnico delle Fiamme Gialle e di Pietro De Feo indimenticabile patron dell’ “Atletica Cassino”.

Ho avuto la fortuna di vedere da vicino tutta la parabola atletica di Franco, spesso a stretto contatto con lui in occasione delle gare, perché mio padre Antonio come corrispondente del Corriere dello Sport lo seguiva costantemente. Conservo tuttora gelosamente la maglia, o meglio la canotta bianca con fascia trasversale azzurra della Nazionale di Atletica leggera, che Franco mi regalò al ritorno dagli Europei di Roma.

Papà era entusiasta di Franco, della sua semplicità e del suo modo di intendere lo sport e la vita in generale.

 

 

Franco Fava con Franco Arese, campione europeo dei 1500 nel 1971 e attualmente presidente della Federazione Italiana di Atletica (Fidal) alla Scuola di Formia nel 1967

 

 

 

In effetti Franco ha sempre conservato lo spirito del ragazzo che, già famoso, si adoperava personalmente per la buona riuscita dei “Giochi della Gioventù” a Roccasecca.

A me è capitato di gareggiare in quei Giochi con lui che dava il via della maratonina, o che spianava la sabbia della fossa del salto in lungo. Eppure lui già era un atleta noto, credo già primatista italiano dei tremila siepi.

Agli europei di Roma nel 1974 sfiorò la medaglia, giungendo quarto dietro ad autentici assi come Garderud, Malinowsky e Karst, chiudendo la sua prova con un tempo fantastico: 8’18’’85, record italiano ma soprattutto quinto responso cronometrico di tutti i tempi ad appena 4’’ dal record mondiale detenuto da Jipcho. Insomma una gara stellare.

Ero all’Olimpico quel giorno e ricordo ancora l’entusiasmo degli spettatori per la grande prestazione di Franco.

 

Nel mio piccolo mi sentivo fiero del fatto che un ragazzo di Roccasecca, uno di noi, fosse arrivato ad infiammare il pubblico di uno stadio così importante correndo con la maglia azzurra. Al suo attivo sono ben 29 le presenze in competizioni ufficiali nella Nazionale italiana di Atletica leggera. Addirittura 16 i record italiani realizzati su un po’ tutte le distanze del mezzofondo: tremila siepi, tremila metri piani, cinquemila metri, diecimila metri, e infine il record dell’”Ora su pista”: 20.416 metri percorsi in un’ora di gara sulla pista dello “Stadio dei Marmi” di Roma.

Tempi di assoluto livello internazionale: 8’ 18’’85 nei tremila siepi, 13’21’’98 nei cinquemila, 27'42’’65 nei diecimila, nono tempo al mondo di tutti i tempi ad appena 12” dal record del mondo. Tempi che ancora oggi a livello italiano costituiscono la soglia dell’eccellenza.

Franco Fava conquistò sulle varie distanze, maratona compresa, ben 12 titoli di campione italiano.

E non pensate che in Italia allora non ci fossero atleti di ottimo livello nel fondo e mezzofondo. Basterebbe ricordare gente come Del Buono, Mangano, Risi, Ardizzone, Venanzio Ortis e il grandissimo Franco Arese, campione europeo dei 1.500 a Helsinki nel 1971 e attuale presidente della Federazione Italia di Atletica Leggera.

Insomma Franco è stato un atleta di grande profilo nonostante sia stato notevolmente danneggiato proprio nei suoi anni migliori dalla famosa tachicardia. Un disturbo che gli provocava un aumento parossistico dei battiti del cuore e che lo costringeva a fermarsi sino a recuperare la normalità e poi a ripartire all’inseguimento dei suoi avversari.

Quante volte lo abbiamo visto bloccarsi improvvisamente con la mano al collo, piegarsi in avanti, poi respirare profondamente e cercare di recuperare con calma.

 

Franco Fava in una gara sui 3.000 metri all'Arena di Milano nel 1974. Alla sua sinistra il mitico statunitense Steve Prefontaine, scomparso tragicamente l'anno dopo in un incidente d'auto nell'Oregon, e alla sua destra il neozelandese Rod Dixon, vincitore della maratona di New York del 1983.

 

 

Guardava gli altri andar via, costretto a fermarsi ma non a darsi per vinto.

Venti, trenta, magari anche quaranta secondi credo, poi via di nuovo all’inseguimento degli altri.

Questo disturbo lo spinse a cercare sempre di più le distanze più lunghe; quindi dai tremila siepi ai cinquemila, ai diecimila fino alla scelta della maratona. Una decisione obbligata ma che gli diede ugualmente grandi soddisfazioni.

Franco primeggiò anche nelle campestri, allora se ne correvano molte più di adesso penso, soprattutto nel periodo invernale. Protagonista assoluto per tanti anni nella leggendaria “Cinque mulini”, la storica competizione di cross che si corre intorno al fiume Olona, in Lombardia.

 

Trionfatore per ben tre volte nel cross del “Campaccio”, altra gara storica di grande prestigio che raduna i migliori atleti della specialità. Franco disputò ben dieci edizioni consecutive dei Campionati mondiali di cross, la prima nel 1970 e l’ultima nel 1978, entrando per ben nove volte nei primi dieci della classifica finale.

Nel 1977 a Dusseldorf il suo capolavoro con un quarto posto, ad un soffio dal podio, un risultato che a distanza di 31 anni rimane il miglior piazzamento italiano di tutti i tempi in oltre un secolo di storia del Campionato del mondo di corsa campestre.

 

 

 

Arrivo della Roma-Ostia del 1980 con il fratello Antonio Fava. Responsabile sanitario della Scuola Nazionale di Formia per 20 anni e medico della Nazionale junior di atletica, scomparso prematuramente il 3 agosto 2001

 

 

Dentro di me conservo il ricordo di una serata a Perugia, dove frequentavo l’università. Credo fosse l’estate del 1980 e Franco venne a correre il “Giro dell’Umbria”.

Non lo vedevo da tanti anni e pensavo che lui nemmeno si ricordasse di me. Andai da lui a fine gara e invece fu come al solito cordialissimo ed affettuoso.

 

 

Trascorremmo un bel po’ di tempo insieme e mi fece conoscere tanti dei suoi avversari; mi colpì l’atmosfera di grande amicizia che si respirava fra tutti i concorrenti. Uno spaccato di vita sportiva che mi è rimasto dentro, ma probabilmente anche l’atletica leggera oggi è cambiata da questo punto di vista. In peggio.

Poi  dal 1978 Franco intraprese la carriera giornalistica, altrettanto densa di soddisfazioni. Ci sono le più grandi testate sportive nel suo curriculum giornalistico: Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, Il Messaggero, e poi il Corriere dello Sport dove attualmente lavora come prima firma dell’atletica. E’ stato capo ufficio stampa della Iaaf, la Federazione di atletica internazionale, a Londra dal 1989 al 1991. Un incarico di assoluto prestigio.

 

 

Franco Fava in redazione al Corriere dello Sport

 

Numerosi anche i premi che ha ricevuto per la sua attività giornalistica, fra cui da ultimo il premio “Salvatore Massara” nel 2007 che prima di lui avevano ricevuto personaggi come Candido Cannavò e Gianni Mura, autentici mostri sacri del giornalismo italiano.

A ulteriore testimonianza che Franco è stato non solo un grande atleta ma è anche un uomo di cui Roccasecca può andare orgogliosa.

 

Ferdinando Vicini

 

 

 

 

Breve curriculum

di Franco Fava atleta

 

1972-1981

 

Ha fatto parte del G.S. delle Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), partecipando ai seguenti avvenimenti agonistici (atletica leggera) come atleta:

 

- 2 Olimpiadi: Monaco ’72 (Semifinale 3000 siepi) e Montreal ’76 (8° nella maratona e semifinali 10.000)

 

- 1 Campionato europeo: Roma ’74 (4° nei 3000 siepi)

 

- 10 Mondiali di cross country (dal ’70 al ’79: 9 volte nei primi 10)

 

- 3 Universiadi (due titoli nel ’75 sui 5.000 e 10.000 metri) conseguendo le seguenti prestazioni:

- 1 Finale olimpica

- 1 Semifinale olimpica

 

- 12 Titoli italiani

 

- 16 Record italiani su tutte le distanze del mezzofondo: dai 3.000 metri all’Ora su pista tra il 1977 e 1978 (7:42.65 nei 3.000;13:21.98 nei 5.000; 27:42.65 nei 10.000; 8:18.85 nei 3000 siepi e20,416 km nell’Ora su pista).

 

 

29 Presenze in Nazionale.

 


 

da http://oldtaroz-fuoricatalogo.blogspot.com/2008/10/litalia-di-prefontaine.html

 

 

Martedì 7 ottobre 2008
L'Italia di Prefontaine


Ed ecco, come promesso, la “chicca” sul Prefontaine italiano, E' un regalo personale di Franco Fava, grande collega e prima ancora grande “pioniere” del mezzofondo e della maratona azzurra. Uno di quei “moschettieri” baffuti e dai lunghi capelli di cui parla Saverio Fattori nel suo post, e che sono l'icona del nostro mezzofondo negli anni Settanta. Immagini a cui si sono ispirati i ragazzi dell'atletica della mia generazione.
Dunque, la foto. Doveva finire sul libro “La leggenda del re corridore”, che poi è diventato pura biografia, senza iconografia a parte la copertina. E' rimasta nel mio archivio, ed è una splendida testimonianza del viaggio di Pre in Italia, l'anno prima della tragica fine.
Milano, meeting internazionale all'Arena, 2 luglio 1974. Nella foto, da sinistra, ecco Steve Prefontaine con la canotta “Norditalia”, regalatagli dai ragazzi della mitica Pro Patria di Beppe Mastropasqua. Al centro, canotta Phila, c'è proprio Franco Fava. Sulla destra il leggendario neozelandese Rod Dixon, ovviamente nerovestito. La gara è un 3000, e finisce così: primo Dixon in 7'41”, primato nazionale, 2° Prefontaine in 7'42”6, 3° Fava.
Il 29 maggio 1975, quasi un anno dopo, Pre vincerà la sua ultima corsa, un 5000, sulla pista di Eugene, la “sua” pista, in 13'23”8 davanti a Frank Shorter. Addosso, quella canotta “Norditalia” che gli ricordava evidentemente una trasferta felice. Nella notte, il destino lo porterà via per sempre sulla collina di Skyline Boulevard.


Non ringrazierò mai abbastanza Franco Fava. Negli anni Novanta, quando lavoravamo fianco a fianco per il “Corriere dello Sport” ai grandi appuntamenti dell'atletica a Bologna (solo ricordi, purtroppo...), gli dissi della mia passione per Pre. Se ne ricordò e mi portò dall'Oregon la biografia che Tom Jordan ha dedicato a Pre. Da lì, in fondo, è partita “La leggenda...”
Pubblicato da marco tarozzi a 15.46
Etichette: persone, sportivamente
4 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa foto è fantasticamente fuori dal tempo. Franco Fava è stato il mio primo mito. Avevo 9 anni e alla Corrida di San Geminiano a Modena il nostro allenatore (Danilo Delli)lo fece avvicinare al nostro furgoncino Volkswagen per un saluto. Seguivo le sue gesta su Correre, il mondiale di Cross era il Cross delle Nazioni. Quello di Modena è un ricordo che svapora ma sono certo, quasi certo che sia successo, non ricordo i dettagli. Mi misero un pettorale che era una enorme (oppure io ero piccolo)canottiera di carta e via, 14 km e passa, non esistevano ancore le mini camminate. Era normale ci fossero delle gare oltre le 10 km con la categoria sotto i 12 anni, coppa ai primi 3 marmocchi che non sapevano di fare running estremo.

saverio
12 ottobre 2008 0.12
Anonimo ha detto...

ovviamente la rivista era Atletica, non Correre. Atletica era pre gare su strada si occupava quasi esclusivamnte di pista e cross. Correre e Jogging e il boom conclamato delle corse su strade sarebbero arrivate più avanti.
botta di rincoglionimento.

saverio
12 ottobre 2008 0.17
marco tarozzi ha detto...

In questa foto, caro Saverio, ci sono tre dei miei miti giovanili. Gli altri: Walker, Cindolo, più tardi Malinowski e De Castella. E quel pettorale della Corrida... non eri piccolo tu, era proprio enorme e il calore ti esplodeva dentro. Ricordo quella dell'81, se non sbaglio vinse Ortis: premiavano i primi 30 ed era una specie di battesimo per me giovane ventunenne di belle speranze. Situazione terribile. A tre e mezzo dalla fine la gente ci contava e ci rendemmo conto che eravamo il gruppo dal 27° al 34°, più o meno... senza certezze... volatona in crescendo fino all'arrivo... Se non altro: 30°, la mia prima "busta premio", ed emozione alle stelle
14 ottobre 2008 1.14
Anonimo ha detto...

Non so se hai notato,ma le scarpe di ''Cuore matto''Franco Fava sono le mitiche Tokio.Possederne un paio era un sogno.Ad Ala' dei Sardi durante il cross internazionale gliele tenevo d'occhio per potergliele........
Quel giorno Fava ebbe una delle sue solite crisi e vinse un tal Malinoski.
Ti dice niente questo nome?
Abu Seba
20 ottobre 2008 11.09